Oltre il traguardo, verso sé stessi: intervista a Clara Donghi

Oltre il traguardo, verso sé stessi: intervista a Clara Donghi

Ci sono persone per cui lo sport non nasce da una gara, da un obiettivo o da un tempo da battere. Nasce molto prima, da un bisogno difficile da spiegare: quello di stare fuori, muoversi, sentire la natura addosso, ritrovare quella parte di sé che allaperto sembra respirare meglio.

Con Clara abbiamo parlato proprio di questo. Di sport, certo, ma anche di identità, corpo, ascolto e libertà. Di cosa significa prepararsi a nuove sfide senza perdere il contatto con ciò che ci fa sentire vivi.

Ne è uscita una chiacchierata intensa e sincera, in cui trail running, endurance e outdoor diventano un modo per conoscersi, rispettarsi e restare fedeli alla propria parte più autentica.

La tua passione per lo sport e la montagna nasce da lontano. Ricordi il momento preciso in cui hai capito che l'outdoor sarebbe diventato parte integrante della tua vita, non solo come hobby ma come scelta di vita?

La verità è che non riesco a risponderti con un momento preciso, perché per farlo dovrei avere un ricordo di me senza la natura e quel ricordo non esiste. Ho un anno quando ci trasferiamo in campagna e da lì in poi tutto quello che sono stata è cresciuto su quella terra, in mezzo a quella luce, con quell'odore di fuori addosso che non ho mai più smesso di cercare. 

Ricordo però quando ho capito che ero diversa. Non lo sapevo spiegare ma lo sentivo: i miei compagni non avevano quella fame che avevo io, quel bisogno fisico di uscire, di muovermi, di essere dentro le cose invece che a guardarle da una finestra. Mi chiedevo se fosse strano. Se esageravo. Forse sì, ma non ho mai avuto davvero voglia di ridimensionarlo, perché quella parte di me era ed è la parte che amo di più in assoluto. Quella in cui ancora oggi mi riconosco senza dovermi sforzare.

Poi gli anni passano e impari a leggere te stessa meglio e quello che so di me è sempre la stessa cosa: quando sto bene, voglio dire quando sto davvero bene, c'è sempre la natura in mezzo. 

Un sentiero, il vento, le mani nella terra.

E quando invece qualcosa non va, quando mi sento fuori posto e pesante e lontana da me, è quasi sempre perché sto cercando di fare a meno di quella connessione, di darle meno spazio, di convincermi che posso farne a meno. Non funziona mai. Io lo so da sempre che quando sono outdoor, sono a casa.

Dal deserto della Marathon des Sables ai sentieri alpini: ogni gara racconta una storia diversa. Quale esperienza ti ha trasformata di più, come atleta e come persona?

Devo essere onesta: mi fa ancora un po’ ridere quando qualcuno mi chiama atleta, forse perché ho una versione di me che si sminuisce parecchio, soprattutto in ambito sportivo. Non credo sinceramente di essere forte, ma apprezzo la determinazione con la quale affronto le cose che mi metto in testa di fare. La verità è che io non ho mai vissuto le gare come competizioni nel senso tradizionale del termine, tempi da battere e classifiche da scalare. Per me sono sempre state avventure, giorni interi buttati dentro qualcosa di grande, esperienze che il mio corpo può fare e che la mia testa trasforma in qualcosa che rimane. Questo cambia tutto, anche il modo in cui le ricordo.

Comunque la gara che mi ha trasformata di più come persona è stata la mia prima ultra, con quasi tremila metri di dislivello. Fisicamente una delle cose più dure che abbia mai fatto e in quel momento ho capito una cosa che avevo sempre rimandato di capire: che potevo chiedere qualcosa al mio corpo.

Un corpo che per anni era stato anche nemico, qualcosa da combattere piuttosto che da ascoltare. Quella giornata me lo ha restituito diverso. E dove il corpo cedeva, la testa teneva e tenersi è una cosa che non dimentichi. Poi c'è la Marathon des Sables, che è un capitolo a parte, uno di quelli che non si riassumono facilmente. La cosa che mi ha sorpresa di più è che fisicamente l'ho retto molto meglio di quanto mi aspettassi: ero allenata, non sono mai arrivata stravolta e questo mi ha regalato qualcosa di inaspettato, il tempo e lo spazio per fare un viaggio dentro di me invece che solo attraverso il deserto. Senza la distrazione del dolore fisico, non mi restava altro che guardarmi. 

E quello che ho visto, quella persona che smetteva finalmente di farsi la guerra, è stata forse la scoperta più grande di tutte.

Tra i tuoi obiettivi di quest'anno ci sono la LUT - Lavaredo Ultra Trail e il tuo primo triathlon. Cosa ti ha spinto ad accettare queste nuove sfide e come ti stai preparando per affrontare discipline così diverse tra loro?

Siii! Quest’anno finalmente sono entrata alla Lavaredo Ultra Trail e quando ho visto la conferma dell'iscrizione mi sono emozionata come una bambina. L'anno scorso avevo provato per la 50k ma non sono stata sorteggiata, quindi questa volta la soddisfazione è doppia. La LUT è una di quelle gare che ogni trail runner porta da qualche parte nella testa: è iconica, è bellissima e corre su sentieri che parlano da soli. Non la chiamo un punto di arrivo, però è sicuramente una di quelle tappe che senti quando le raggiungi. Non ho mai corso una ottanta chilometri, quindi sarà la mia prima e lo dico con una gioia genuina, perché mi piace moltissimo essere beginner su qualcosa.

Quando affronto qualcosa di nuovo per la prima volta mi godo tutto diversamente: mi concentro sulle sensazioni, sulle persone che incontro lungo la strada e su quello che succede invece che su dove devo arrivare. Come dico sempre: conoscere persone, mangiare e fare sport. Se poi riesco a stare sulle 12 ore sono felice, ma soprattutto perché non vorrei correre troppo di notte, ma l’importante sarà arrivare a Cortina (dove ci sarà Gea ad aspettarmi!).

Il triathlon invece è arrivato in modo quasi naturale, come succede con le cose che senti tue prima ancora di farle. Non sono una grande amante dell'asfalto né dei circuiti che sanno troppo di evento commerciale: non fa per me e non mi rappresenta. Così quando ho trovato l’Eaglexman in Abruzzo ho capito subito che era quello giusto: nuoto in acque libere nel lago di Campotosto, bici tra le montagne del Gran Sasso e poi trail con un bel dislivello. Quando l'ho visto ho pensato proprio: è questo. Farò il percorso medio e sono curiosa come non mai di vedermi in quella fatica.

Per la preparazione sono seguita da Filippo Zanobi, che è un coach che stimo davvero molto: empatico, che ascolta e che costruisce il programma su di te e non su un modello astratto di atleta. Da quando lavoro con lui mi sento migliorata concretamente e questo conta più di qualsiasi altra cosa. In questo momento sto allungando molto le uscite: i weekend sono dedicati a lunghe corse, anche cinque o sei ore in piedi. Ma la verità è che non mi pesano, perché quello che adesso si chiama allenamento prima era semplicemente il mio stile di vita. Nuotavo al mare, andavo in mountain bike e facevo trekking di giornata.

Adesso faccio le stesse cose ma proiettate ad un pettorale spillato alla vita. È stata un'evoluzione, non una rivoluzione ed è esattamente così che dovrebbe essere.

Gare di endurance e allenamenti intensi richiedono grande attenzione alla prevenzione e al recupero. Quali sono i rituali e le strategie che non possono mancare nella tua routine sportiva?

La prima cosa che dico sempre a chi vuole cominciare a spingersi un po' più in là è la più semplice e la più difficile allo stesso tempo: imparare ad ascoltarsi. Sembra banale ma non lo è per niente. Capire quando stai esagerando, capire quando il tuo corpo sta chiedendo più carburante, capire quando manca il sale o quando hai bevuto troppo o quando quella stanchezza non è stanchezza ma qualcosa che devi fermarti ad ascoltare: è una competenza che si costruisce nel tempo, con pazienza e molta onestà verso se stessi. Io in questo momento ho una consapevolezza dei miei limiti che non avevo qualche anno fa e quella consapevolezza vale quanto qualsiasi allenamento.

La prevenzione per me è la base di tutto, perché senza di quella non ti puoi davvero divertire e il divertimento, per me, è il punto di partenza di ogni cosa. Il recupero invece è stato il grande insegnamento di questo percorso con il mio coach. Ho sempre avuto la tendenza ad accumulare, a fare tanto e poi ancora un po' di più, senza costruire intorno una strategia seria di recupero. Lui me l'ha insegnato e adesso ci sto molto attenta. Massaggi di scarico, pistola massaggiante, foam roller: tutto quello che aiuta le gambe a tornare ad essere gambe dopo giornate lunghe. E poi tanta acqua, ottima ed abbondante alimentazione, tanto sonno e tanta gentilezza verso un corpo attivo: sono cose piccole ma sommate fanno la differenza!

Nella preparazione atletica, la sportcare gioca un ruolo sempre più importante. Ci sono prodotti o accorgimenti che utilizzi per preparare i muscoli, proteggere la pelle e favorire il recupero dopo lo sforzo?

Di questo argomento posso parlare con cognizione di causa, perché nel tempo ho imparato, a volte anche a caro prezzo, che prendersi cura del corpo non è un optional ma è parte dell'allenamento tanto quanto i chilometri che metti sulle gambe.Sono una fedele della WARMUP CREAM di SPORTLAB Milano e lo dico senza nessun tipo di esagerazione. La applico una decina di minuti prima di uscire, soprattutto prima delle uscite in bici e prima delle gare: stimola la microcircolazione, scalda i muscoli in profondità senza essere aggressiva e ti dà quella sensazione di gambe pronte che amo. A casa mia ormai la usano tutti!

Poi c'è la COOLDOWN CREAM, che è l'altra faccia della stessa medaglia che uso dopo praticamente tutte le uscite e la differenza, usandola con costanza, si sente: i muscoli si sgonfiano prima, tornano disponibili meglio e il giorno dopo non parti già in debito.Un altro prodotto che ho imparato ad amare, e che non avrei mai pensato di usare così tanto, è la SLIDER, la crema antifrizione. La uso per il nuoto ma anche in corsa quando indosso canottiere che potrebbero sfregare. Quest'inverno, quando nuotavo in mare con la muta in Liguria, è stata letteralmente quella che mi ha salvato il collo: le prime volte che ero uscita senza mi ero ritrovata con la pelle aperta e da quel momento non l'ho più dimenticata in borsa. 

Il mio prodotto preferito in assoluto, quello che finisco in continuazione però è ACTIVE SUN 50+. Per me la protezione solare non è una questione di abitudine ma quasi una responsabilità personale: in famiglia abbiamo una storia con i melanomi e questo mi ha insegnato da sempre a proteggermi dal sole, tutti i giorni e in qualsiasi condizione. ACTIVE SUN 50+ è un prodotto pazzesco proprio perché è fatto apposta per chi vive fuori: incolore e inodore, resistente al sudore e all'acqua, non si sente addosso mentre ti alleni e non interferisce con nulla e i due anni di ricerca e test con sportivi sul campo e si sentono eccome!

Lo sport è spesso un viaggio interiore, prima ancora che una sfida fisica. Qual è il messaggio che desideri trasmettere a chi sogna di trasformare la propria passione in uno stile di vita?

Non abbiate paura di essere quello che siete. Non abbiate paura di seguire quello che vi gonfia il cuore, quel fuoco che avete dentro e che spesso fate finta di non sentire perché sembra troppo o sembra strano o perché gli altri non capiscono. Io vi dico queste cose non da un pulpito, ma perché le ho vissute sulla mia pelle: per tanti anni mi sono nascosta e non mi sono ascoltata e ho cercato in qualche modo di annientare quella diversità che sentivo, quella parte di me che voleva la terra sotto i piedi e l'aria aperta e il movimento come forma di vita. E non funzionava. Non funziona mai, quando cerchi di farti più piccola di quello che sei.

Le cose sono cambiate il momento in cui ho detto basta. Il momento in cui ho smesso di fare finta di non sapere chi ero.

C'è una narrazione che gira tanto attorno allo sport e all'endurance in particolare che mi ha sempre un po' disturbata: quella dello sport come sfida, come guerra contro se stessi, come prova da superare per dimostrare qualcosa a qualcuno. Io la vedo in modo completamente diverso. Per me lo sport e l'endurance soprattutto è una storia d'amore. È il momento in cui decidi di andare incontro ai tuoi limiti non per combatterli ma per finalmente smettere di temerli. Non ti stai facendo la guerra ma stai facendo pace!

Quindi prendete quello che fate, le vostre corse e le vostre avventure e le vostre sfide, se così volete chiamarle, e trattatele come viaggi esplorativi. Per voi stessi, non contro voi stessi. Imparate ad amarvi, perché nessuno vi amerà davvero se non lo fate prima voi. E se avete bisogno di un punto di partenza, di un mezzo, di qualcosa che vi aiuti a ritrovare quella strada verso voi stessi: lo sport può essere quello. È stato quello, per me.

Quando smetti di farti la guerra, scopri chi sei davvero e di solito è qualcuno che vale la pena conoscere.

Difficile aggiungere altro alle parole di Clara.

Resta limmagine di uno sport vissuto non come una battaglia, ma come un modo per abitare il proprio corpo con più gentilezza e per cercare fuori quello che, spesso, abbiamo bisogno di ritrovare dentro.

E forse è proprio questo che rende certe storie così belle da raccontare: non parlano solo di chilometri, gare o traguardi, ma di quella strada, molto più personale, che ci porta più vicini a chi siamo davvero.

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