“C’è Da Fare”: la risposta di Silvia Rocchi e Paolo Kessisoglu al disagio giovanile

“C’è Da Fare”: la risposta di Silvia Rocchi e Paolo Kessisoglu al disagio giovanile

Oggi si parla sempre più spesso di salute mentale, soprattutto quando si tratta dei più giovani. Ma tra le parole e laiuto concreto, purtroppo, c’è ancora molta distanza.

Lassociazione C’è Da Fare” nasce proprio per provare a colmare questo vuoto. Fondata da Silvia Rocchi e Paolo Kessisoglu, porta avanti progetti concreti tra sport e ambito ospedaliero, dando una risposta reale a un disagio spesso invisibile.

Abbiamo chiesto a Silvia di raccontarci come è iniziato tutto e cosa significa, oggi, dare una mano concreta ai ragazzi e alle loro famiglie.

"C’è Da Fare" nasce in un momento in cui il disagio psicologico tra i giovani è diventato sempre più evidente. Ti va di raccontarci qual è stato il momento o la consapevolezza che vi ha fatto capire che era il tempo di intervenire concretamente?

La consapevolezza è nata nel 2022, in modo molto concreto, attorno a un evento sportivo.

Dopo due anni di interruzione a causa del Covid, era tornata la 24 Ore di Feltre, una gara ciclistica un po' pazza a staffetta che si corre per 24 ore. Paolo aveva deciso di partecipare con una squadra solidale, con lidea di raccogliere fondi per una causa benefica. Nel momento di dover decidere a cosa destinare quei fondi, anche grazie al confronto con unassociazione di amici di Genova, ha iniziato a entrare in contatto con dati che lo hanno e ci hanno profondamente colpiti.

Si parlava di una pandemia silenziosa” tra i più giovani: un aumento significativo degli accessi ai pronto soccorso psichiatrici, unesplosione di disturbi emotivi e comportamentali tra i più giovani. Ma ciò che ci ha scossi davvero è stato il fenomeno dei ritirati sociali, i cosiddetti hikikomori — ragazzi che scelgono volontariamente di non uscire più di casa, talvolta nemmeno dalla propria stanza.

In un momento in cui il mondo intero stava cercando di tornare alla vita dopo la pandemia, sapere che alcuni adolescenti sceglievano invece di sottrarsi alla socialità ci è sembrato un segnale fortissimo.

Io, che sono madre di due figlie, allepoca ancora più piccole, ho sentito quella realtà molto vicina. Cominciavano ad arrivarci racconti di amici, di figli di amici, segnali che non sapevamo ancora leggere fino in fondo, ma che intuivamo essere gravi.

Allinizio pensavamo che tutto fosse una conseguenza diretta del Covid. Poi, confrontandoci con neuropsichiatri e strutture ospedaliere, abbiamo capito che quella sofferenza era una tendenza già in atto da anni e che la pandemia aveva semplicemente agito da detonatore.

Da quel primo evento è rimasto dentro di noi un desiderio preciso: non restare spettatori. Paolo aveva già da tempo questa tensione verso un impegno concreto, verso il desiderio di lasciare un segno; io - che nella vita facci l'architetto - mi sono messa al suo fianco per dare struttura, concretezza e continuità a quel sentire.

Se cera unemergenza che riguardava i ragazzi, sentivamo che il mondo adulto doveva assumersi una responsabilità. E di fronte allimmobilità, lunica risposta possibile era una sola: c’è da fare.

Dallidea iniziale ai progetti attivi negli ospedali e sul territorio: c’è una storia, un incontro o un episodio che ti ha fatto sentire con chiarezza che lassociazione stava iniziando a fare la differenza?

Più che il momento in cui abbiamo capito che stavamo già facendo la differenza, c’è stato un momento in cui abbiamo compreso che potevamo farla.

È accaduto quando Paolo ed io, ancor prima di costituire formalmente l'Associazione, siamo stati ascoltati dal primario della Neuropsichiatria dellInfanzia e dellAdolescenza del Niguarda e da uno psicologo che sarebbe poi diventato il responsabile del progetto CDF Safe Teen. Vedere due professionisti così autorevoli dedicare tempo, attenzione e fiducia a un artista e a un architetto che avevano deciso — forse anche con una certa ingenuità — di mettersi in gioco, è stato un segnale fortissimo.

In quelle riunioni abbiamo percepito che il bisogno era reale, urgente. E che il nostro desiderio di fare qualcosa poteva trasformarsi in unazione concreta, strutturata, capace di incidere davvero nella vita di qualcuno.

Poi tutto è diventato tangibile quando sono arrivate le prime mail. Messaggi spontanei, soprattutto da genitori. Prima a Genova, con un progetto dedicato ai ragazzi ritirati sociali, poi a Milano. Genitori che ringraziavano non solo per il percorso clinico, ma perché qualcuno stava finalmente portando alla luce un problema che tante famiglie vivevano nel silenzio.

Quando un adolescente soffre, soffre lintero nucleo familiare. E sentirsi riconosciuti, ascoltati, accompagnati è già una forma di cura.

Certo, a volte i numeri possono sembrare piccoli. Lavoriamo mesi per raccogliere fondi che sostengono un numero definito di ragazzi, e talvolta ci si chiede se sia abbastanza. Ma poi leggi la storia di un adolescente che, dopo mesi di isolamento, trova il coraggio di rimettere piede a scuola. Oppure di un ragazzo che, dopo aver tentato il suicidio, riesce a dire — magari per la prima volta — che la vita può avere un senso.

Non sono frasi retoriche: sono parole che arrivano davvero.

E in quei momenti capisci che non si tratta solo di curare”, ma di riaccendere possibilità. Anche un piccolo miglioramento può rappresentare una svolta, una nuova direzione, un primo passo verso il futuro.

È questo che ci dà la forza di continuare. Perché se anche una sola traiettoria cambia, allora tutto il lavoro, tutta la fatica, tutta lenergia investita trovano un senso profondo.

Nel vostro percorso lo sport è spesso presente, sia come occasione di incontro sia come strumento di raccolta fondi. Dal tuo punto di vista, quanto il movimento e lattività sportiva possono aiutare i ragazzi a ritrovare equilibrio, fiducia e ascolto?

Io mi sono avvicinata allo sport in età molto adulta, proprio in occasione del primo evento di raccolta fondi voluto da Paolo, la 24 ore di Feltre. In quel momento solo da spettatrice. Fino a quel momento non avevo mai vissuto davvero lesperienza dello sport, tantomeno di squadra.

E invece, anche se tardivamente, ho scoperto la sua potenza. La capacità di fare gruppo. Lenergia che si trasmette, che si contamina, che supera la semplice prestazione fisica. Ho capito che nello sport accade qualcosa di molto più profondo: si costruisce fiducia reciproca, si impara a condividere la fatica, a sostenersi quando le energie sembrano finire.

Per noi lo sport è diventato fondamentale. Perché è coinvolgente, perché crea comunità, perché — come dicevano i latini — mens sana in corpore sano: parliamo di salute mentale, ma la salute mentale passa anche dal benessere fisico. Mettersi alla prova, superare i propri limiti, affrontare le proprie paure, aiutarsi nella fatica: sono tutti valori che sentiamo profondamente nostri.

Attraverso lo sport riusciamo anche ad affrontare temi molto delicati. Quando si corre o si pedala insieme, le barriere si abbassano. Le parole trovano spazio. La sofferenza non è più isolata, ma condivisa. E questo cambia la qualità dellascolto.

Il nostro sogno, un giorno, è vedere alcuni dei ragazzi sostenuti nei nostri progetti correre o pedalare al nostro fianco. Non è ancora accaduto — molti sono minorenni e vengono seguiti dalle équipe ospedaliere, senza un contatto diretto con noi — ma lidea che un ragazzo che oggi è in un momento di fragilità possa domani scegliere di far parte di una squadra, di mettersi in gioco, di sentire quellenergia collettiva… è unimmagine che ci accompagna e ci dà forza.

Perché in fondo lo sport è questo: movimento. E ogni percorso di cura, in qualche modo, è un tornare a muoversi.

Guardando al 2026, su quali progetti desiderate concentrare maggiormente le energie e dove senti che c’è ancora più bisogno di attenzione e supporto per i giovani e le loro famiglie?

I progetti e i sogni non ci sono mai mancati, e non mancano neppure per il 2026.

Da una parte continueremo con grande determinazione il nostro lavoro di sensibilizzazione, perché lo stigma che ancora avvolge la salute mentale — il giudizio, il pregiudizio, il silenzio — è un ostacolo enorme. Parlare in modo competente, serio e continuativo di questi temi resta per noi una priorità.

Sul piano progettuale vogliamo rafforzare il format CDF Safe Teen, il modello di presa in carico ambulatoriale intensiva e multidisciplinare della durata di 12 mesi. Nato a Milano e rinnovato per il terzo anno consecutivo, oggi è attivo anche a Roma, Firenze, nel Bellunese e, con alcune specificità, in Liguria.

Il nostro obiettivo è che diventi sempre più un protocollo di riferimento, un modello replicabile a cui altri istituti sanitari possano ispirarsi, anche al di là del nostro contributo economico diretto. Siamo sulla strada giusta: si stanno aprendo tavoli di confronto tra le strutture che lo hanno adottato e vediamo entusiasmo, scambio, collaborazione. È un modello che mette in dialogo eccellenze del sistema pubblico e realtà del privato sociale, creando una sinergia virtuosa. E questo, in un momento storico come quello che stiamo vivendo, è un segnale molto importante.

Accanto a questo, il 2026 sarà lanno dellapertura del nostro primo C’è Da Fare HUB a Milano. Sarà un piccolo spazio, ma per noi rappresenta un passo enorme. Non sarà un centro terapeutico, ma un luogo di primo ascolto, orientamento e accoglienza. Un punto di riferimento per chi sente il bisogno di capire a chi rivolgersi.

Una delle cose che abbiamo compreso in questi anni è che spesso le famiglie e i ragazzi non sanno dove andare. Le risposte esistono — nel pubblico, nel privato, nel sociale — ma non sempre sono conosciute o facilmente accessibili. Il nostro desiderio è offrire un primo orientamento, uno spazio in cui sentirsi accolti e accompagnati a trovare la strada più adatta.

In fondo, il bisogno più grande oggi è questo: non lasciare soli i ragazzi e le loro famiglie nel momento in cui chiedono aiuto. Se riusciremo a fare questo, anche nel 2026 avremo fatto un passo nella direzione giusta.

Abbiamo da poco lanciato insieme la sport box solidale SPORTLAB x C’è Da Fare: quanto sono importanti per voi collaborazioni con realtà sportive e aziende che scelgono di sostenere concretamente i vostri progetti?

Sono fondamentali.

Nel mondo dello sport abbiamo trovato i primi sostenitori, anche tra le aziende. Realtà che hanno creduto in noi fin dallinizio, affiancandoci quando eravamo ancora allavvio e aiutandoci a raccogliere i primi fondi per dare concretezza ai progetti. Questo per noi ha un valore enorme.

I valori dello sport — il gioco di squadra, la disciplina, la condivisione della fatica, la lealtà — sono profondamente affini ai nostri. Ma al di là dello sport, ciò che conta è il messaggio: non esiste un unico modo per aiutare. Ognuno può fare il proprio pezzo. Con le proprie competenze, le proprie risorse, la propria creatività.

La sport box solidale SPORTLAB x C’è Da Fare è un esempio molto concreto di questo: trasformare un prodotto, un gesto quotidiano, in un contributo reale a un progetto di salute mentale. È un modo intelligente e responsabile di mettere le proprie capacità al servizio di qualcosa di più grande.

In questi anni ho imparato una cosa importante: quando si sceglie di dare”, in realtà si riceve moltissimo. Ho perso — ammesso che labbia mai avuta — la sensazione di fare qualcosa per qualcuno. Piuttosto, ho scoperto quante persone e quante aziende sono pronte a mettersi in gioco con generosità, a credere negli altri, a credere nella possibilità di costruire insieme.

E questo, prima ancora dei fondi raccolti, è un insegnamento bellissimo.

Ringraziamo Silvia per l'energia e la passione che ci ha trasferito in questa parole e soprattutto la passione che mette ogni giorno in questo progetto.

La sport box solidale SPORTLAB x C’è Da Fare nasce proprio con questo spirito: trasformare un gesto semplice in un aiuto concreto per chi ne ha davvero bisogno.