Any Surface Available: la filosofia di corsa di Francesco Puppi

Any Surface Available: la filosofia di corsa di Francesco Puppi

Dai 100 metri alle 100 miglia. Dalla pista ai cross, dalla strada ai vertical, fino alle grandi gare di trail. Se c’è una cosa che Francesco Puppi ha sempre cercato di evitare è lasciarsi definire da una sola distanza o da un solo terreno.

Oggi è uno dei nomi di riferimento del trail running internazionale, ma il suo percorso parte molto prima, dall’atletica tradizionale e da quei campioni che guardava in televisione da bambino.

Lo abbiamo intervistato per conoscerlo meglio e capire cosa c’è dietro a un percorso costruito su distanze, terreni e sfide così diverse.

Sei arrivato al trail dopo un percorso nell’atletica più tradizionale. Ti ricordi cosa ti ha fatto innamorare di questo mondo?

Da bambino ammiravo in TV le imprese olimpiche e mondiali di atleti come Fiona May, Stefano Baldini, Haile Gebrselassie e Paul Tergat. Ne ero profondamente ispirato e volevo in qualche modo imitarli.

A livello più personale, il modo che ha la corsa di restituirti nella misura in cui le dai penso abbia pochi eguali. Vedere i risultati del proprio lavoro e della propria fatica diventare qualcosa di concreto e misurabile ha per me un fascino enorme.

Rendere facile un ritmo, una distanza, quello che un tempo sembrava impossibile, normalizzare qualcosa che qualche anno prima non avresti nemmeno immaginato di poter fare, credo che sia una delle sensazioni più belle che la corsa possa dare.

Hai costruito la tua identità sull’idea di “Any Surface Available”, quindi sul non voler essere definito da un solo terreno o da una sola distanza. È una scelta tecnica o anche un modo per non sentirti ingabbiato in un’etichetta?

Entrambe le cose.

Penso di essere tra gli atleti di endurance più versatili in circolazione. Ho provato davvero tutte le superfici e quasi tutte le specialità della corsa, dai 100 metri alle 100 miglia.

Dai 5000 metri in pista ai cross, ai vertical di corsa in montagna, alle maratone su strada fino alle cento miglia di trail, posso dire di essere anche mediamente competitivo. Su alcune distanze sono considerato tra i migliori al mondo.

Any Surface Available è una scelta tecnica nella misura in cui allenarmi e sviluppare le mie capacità su diversi tipi di terreno mi consente di performare al meglio nella mia specialità principale, il trail running.

È anche un modo per non sentirmi ingabbiato in un’etichetta, perché non mi sento un “trail runner”, un “maratoneta” o un “mezzofondista”. Sono semplicemente un atleta, su ogni superficie.

Negli ultimi anni hai allungato molto le distanze. Quando passi da una gara di poche ore a una 100 miglia, cambia di più il corpo o cambia soprattutto il modo in cui devi pensare durante la gara?

Cambia più l’approccio, la mentalità con cui vai in gara. Il fisico rimane più o meno lo stesso.

Nel mio caso, ad esempio, pensavo che correre distanze lunghe come le 100 km o le 100 miglia potesse rallentarmi, farmi perdere velocità, appesantirmi. Non è accaduto nulla di tutto questo, anzi mi sento e sono più veloce che mai, anche sulle distanze brevi.

Ho semplicemente ampliato il mio range e le mie capacità di performare su distanze e format di gara diversi.

Mentalmente, correre lunghe distanze ti rende resiliente, capace di stare a contatto con la fatica, il disagio fisico, l’incertezza. Devi mantenere a fuoco l’obiettivo anche quando le circostanze ti mettono in difficoltà e affronti situazioni sulle quali non sempre hai il controllo.

A livello strategico, logistico e di gestione, correre una gara da 10-12 ore ha un livello di complessità molto maggiore rispetto a una gara che dura pochi minuti.

Corri praticamente da tutta la vita, ma negli ultimi anni la corsa è diventata anche il tuo lavoro. Riesci ancora a viverla con la stessa leggerezza di quando hai iniziato?

Credo di sì.

Mi sento incredibilmente fortunato ad avere l’opportunità di correre professionalmente e non sento affatto il peso delle aspettative, dei contratti e della dimensione economica che inevitabilmente fa parte di questo lavoro.

Corro con la stessa passione di quando avevo vent’anni, anzi forse più di allora. Il mio rapporto con la corsa si è evoluto e credo che oggi sia migliore: mi sento un atleta più completo, più sano e più consapevole.

Allenandomi 20-25 ore alla settimana, trovo invece più difficile romanticizzare ogni aspetto della corsa come facevo un tempo o come farebbe un neofita.

Accetto il fatto di non essere sempre super motivato per ogni singolo allenamento, semplicemente perché è del tutto normale, correndo 180 km alla settimana come quando sono in fase di preparazione.

La leggerezza sta più nel continuare ad amare quello che faccio e nel viverlo con gioia, senza il peso della fatica e delle aspettative, più che nel vivere ogni corsa come qualcosa di straordinario.

Prima della Western States hai avuto una preparazione tutt’altro che lineare, tra infortuni, intervento al polso e settimane in cui raccontavi di non sentirti più “te stesso” in allenamento. Poi hai chiuso secondo alla tua prima 100 miglia. Quanto ti ha insegnato questa esperienza sul valore - e forse anche sui limiti - di una preparazione perfetta?  

Ci ho riflettuto parecchio sia durante la preparazione per Western, sia a posteriori.

Mi ha insegnato tanto, perché spesso inseguiamo la preparazione perfetta, cerchiamo di far rientrare i nostri comportamenti e i nostri risultati all’interno di un’aspettativa che ci siamo costruiti, invece di lasciare che le cose accadano per quello che sono.

È solo quando la realtà si mette in mezzo che ci rendiamo conto di tutti i limiti di questo approccio.

Come atleti, passiamo fin troppo tempo a mettere in discussione la qualità del nostro allenamento, chiedendoci se quello che stiamo facendo sia davvero sufficiente per raggiungere le aspettative che abbiamo sulle nostre prestazioni.

Il problema è che è molto difficile definire cosa significhi davvero “abbastanza”, perché cambia a seconda della persona e della situazione.

Western mi ha ricordato che le cose non devono essere perfette: devono essere abbastanza buone e a volte è sufficiente questo.

Forse la cosa su cui posso migliorare è proprio questa, avere un po’ più di fiducia nella mia preparazione e nelle mie capacità anche quando le cose non sono esattamente come le avevo immaginate.

La “preparazione perfetta” può indicarci la direzione a cui tendere, ma non deve farci cadere nell’obbligo di dover aderire a quell’idea.

Da qualche mese SPORTLAB è entrato a far parte della tua routine. Al di là della performance pura, che spazio ha oggi la cura del corpo nella tua quotidianità da atleta, tra allenamenti, gare e recupero? E quali prodotti SPORTLAB sono diventati più utili nella tua routine?

Cerco di dedicare alla cura del corpo e al recovery più tempo e attenzione possibile.

Non sempre ci riesco: anche qui, credo ci sia da sfatare, almeno nel mio caso, l’ideale dell’atleta professionista che corre, mangia, dorme.

Le mie giornate sono organizzate intorno agli allenamenti e agli impegni sportivi, ma c’è anche tanto altro: progetti personali, interviste e media, cura dei miei profili social, rapporti con gli sponsor e con i miei team manager, organizzazione di eventi, gestione della mia partita IVA.

In tutto questo cerco di stabilire le giuste priorità e la cura del corpo è senza dubbio tra le cose in cima alla lista.

Non solo perché mi permette di allenarmi e performare al meglio, ma anche perché mi aiuta a ridurre il rischio di infortuni e a costruire quella longevità sportiva che vorrei avere.

Prima dei workout e degli allenamenti più importanti la WARMUP CREAM non manca mai. Dopo le sessioni più impegnative uso invece la COOLDOWN CREAM, che utilizzo spesso anche prima di andare a dormire, soprattutto quando sento la muscolatura più affaticata.

Essendo un grande fan del cross training, vado spesso in bici e prima di ogni uscita uso la SLIDER come crema sottosella. In estate, per i lunghi in montagna, soprattutto in alta quota, la ACTIVE SUN 50+ è un must-have.

A raccontare meglio Francesco è forse proprio questa voglia di continuare a esplorare, passando da una distanza all’altra e da un terreno all’altro senza sentire il bisogno di scegliere una sola definizione.

Cambiano le gare, gli obiettivi e i chilometri, ma resta la stessa attenzione per tutto ciò che gli permette di allenarsi bene, recuperare e continuare a correre ad alto livello.

In questa quotidianità ha trovato spazio anche SPORTLAB, accompagnando quel lavoro che non si vede in gara, ma che fa parte della performance tanto quanto l’allenamento.


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